Dal 2020 chiusi 85 negozi al mese, il Presidente Rotondo su Il Corriere.

Come si evince dallo studio condotto da Confartigianato Roma, quasi 4.347 imprese romane hanno subito le conseguenze date dall’aumento dell’inflazione e dal dilagare dei centri commerciali, presenti ormai su tutto il territorio della Capitale.

Fra le categorie maggiormente penalizzate troviamo le attività di vendita di abbigliamento e calzature (-1259), seguite dalle librerie (– 595) e esercizi alimentari (– 585 tra pizzicherie e salumerie). Si registra un saldo negativo anche per i negozi di arredamento (-331), profumerie (-131) e telefonia (-115). 

Secondo il Presidente Andrea Rotondo “l processo di desertificazione in atto da alcuni anni è un fenomeno ormai strutturale, così come il conseguente degrado e l’insicurezza che vengono percepiti sempre di più dai cittadini”.

Questa desertificazione vede la zona est della capitale come la zona più colpita (le zone di  Tiburtino, Prenestino-Labicano, Tuscolano, Collatino, Appio e Centocelle) dove sono scomparsi quasi 1.057 esercizi commerciali. Il centro storico perde invece 825 unità, mentre la zona nord ( da Balduina a Talenti, dai Parioli a Flaminio, Pinciano, Monte Mario) registra -517, la zona ovest ( Gianicolense, Aurelio, Primavalle e Trionfale)– 506 attività e, infine, la zona sud (Ostiense, Portuense, Eur) con -793.  

Le considerazioni del Presidente

“L’esperienza delle reti d’impresa può contribuire ad arrestare questa tendenza grazie a politiche di sussidiarietà tra il Comune e le aggregazioni di commercianti e artigiani di prossimità. Come Confartigianato presenteremo una proposta di un vero e proprio patto territoriale che favorisca la rinascita economico-sociale dei territori urbani”.